Gli studenti della facoltà di Scienze della Formazione e Giurisprudenza dell’Università di Verona gestiranno uno sportello informativo all’interno del carcere di Montorio.
La nuova opportunità è frutto della collaborazione dell’Ateneo veronese, della Casa circondariale di Montorio e dell’Uepe di Verona e Vicenza. Una collaborazione nata per avvicinare gli studenti alla realtà del carcere offrendo loro la possibilità di conoscere più da vicino l’universo del sistema carcerario che spesso a motivo della sua complessità di gestione e inavvicinabilità resta un mondo a sé.
Lo sportello sarà affidato ad otto studenti provenienti dai corsi di laurea in Scienze della Formazione e Giurisprudenza dell’Ateneo scaligero che svolgeranno un periodo di tirocinio formativo all’interno della Casa Circondariale di Montorio nell’ambito della convenzione stipulata nel luglio 2008 tra Università di Verona, Casa circondariale e Uepe. I tirocinanti avranno la possibilità di acquisire alcune abilità relazionali e comunicative necessarie per operare all’interno di un servizio di ascolto. I tirocinanti forniranno ai detenuti un supporto al percorso di inserimento per consolidare nel detenuto un processo di crescita consapevole e di conoscenza oltre ad un utilizzo competente per l’accesso ai servizi pubblici e privati del territorio.
Gli studenti si attiveranno sulle tematiche relative all’impatto sociale e psicologico determinato dalla pena detentiva e svilupperanno percorsi di riflessione sui processi educativi e formativi utilizzando le risorse messe a disposizione dalla struttura penitenziaria: attività ricreative, scolastiche, formative e lavorative
La convenzione prevede un percorso formativo interfacoltà per gli studenti di Scienze della Formazione e Giurisprudenza che, adeguatamente assistiti da docenti e altri operatori, potranno vivere un’esperienza tesa ad arricchire sotto il profilo umano la loro preparazione professionale.
Gli studenti che attualmente stanno seguendo il corso interfacoltà “Carcere e mondo della pena: un contesto da umanizzare” si specchieranno con un universo, quello del sistema carcerario, che ha bisogno di essere conosciuto più da vicino.
Le lezioni alle quale stanno partecipando 24 studenti delle Facoltà di Scienze della Formazione e Giurisprudenza dell’Università di Verona sono sviluppate su differenti moduli (Fare tirocinio in carcere, L’esecuzione penale in Italia, I contesti dell’esecuzione penale, Altre figure professionali e figure di volontari che operano nel contesto penitenziario, Servizi di sportello). Il corso intende mettere tutti i partecipanti nella condizione di riflettere sulle proprie considerazioni in ordine al mondo della pena, di conoscere le caratteristiche principali del sistema dell’esecuzione penale del nostro paese dal punto di vista giuridico e per le sue implicazioni di carattere sociale ed educativo, infine di conoscere le caratteristiche di alcune figure professionali e di volontari che operano nel contesto penitenziario. L’Università di Verona è la prima in Italia ad offrire una possibilità formativa di questo genere soprattutto in ordine allo stage formativo che verrà svolto all’interno del carcere.
Il coordinamento dell’intero percorso formativo è affidato ad una commissione mista, costituita da Giuseppe Tacconi, Giorgio Gosetti e Federica De Cordova docenti afferenti alla Facoltà di Scienze della Formazione e da Lorenzo Picotti, docente della Facoltà di Giurisprudenza.


Commenti
vincenzo andraous
IN CARCERE SI VA PERCHE’ PUNITI NON PER ESSERE PUNITI
Privazione della libertà personale nel rispetto della dignità di ogni cittadino detenuto.
In questo inciso, lo scopo e l’utilità per ogni forma di prevenzione e risocializzazione possibili. Eppure qualcosa sfugge alla razionalità degli sforzi profusi per rendere il carcere un luogo di pena ma anche un tragitto di vita e di speranza.
“Nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o pene inumani o degradanti”, parole, una dietro l’altra, messe in fila per meglio fare chiarezza di una dimensione sottaciuta, mai del tutto svelata, parole che hanno il carico dell’obbligo assoluto e inderogabile.
Sul carcere, sulle persone detenute, sulla colpa, il martello della bugia non conosce stanchezze, si alimenta sulla conflittualità quotidiana, che fa della comunicazione un’arma contundente, perché quasi certamente verrebbe alla luce una ordinaria follia di sopravvivenza.
C’è un tentativo di ridurre ogni cosa a una sorta di macabro gioco infantile, vittimismo, pietismo, solidarietà stiracchiata qua e là, non fanno del bene all’Istituzione carceraria, tanto meno alla popolazione detenuta, bensì, rischiano di annientare le ultime resistenze umanitarie, di cancellare maturità e speranze, di stroncare quel che rimane del senso di Giustizia, quel principio autorevole che consegna e difende il rispetto della dignità di ciascuno, anche in un penitenziario, persino all’interno di una cella incredibilmente sovraffollata.
Quando parliamo di galera, di isolamento, di ingiustizia, non siamo autorizzati a guardare da un’altra parte, perché in quel perimetro di terra di nessuno a nome carcere, può rischiare di finirci chiunque, innocente e colpevole, uomo e donna, padre e figlio, e quando questo accade, e s’aggiunge una morte inspiegabile, il suicidio della carne, della mente, del cuore, non c’è attenuante prevalente alle aggravanti, nè assoluzione che tenga nel nascondersi dietro la pratica consolidata della critica degli altri, di quelli che non siamo noi, ma neppure gli altri.
Il buon senso non sta nell’insistere a voce alta, nell’urlare concentrico, nel fare più baccano possibile per riuscire a separare la realtà che sta intorno dalla rappresentazione di comodo.
Giorgio La Pira parlava di democrazia fraterna, di dimensione spirituale, di comunicazione politica pubblica, ciò è chiaramente un concetto alto, di non facile assunzione, se non si è ben preparati e disposti. Qualcun altro di non meno carisma e amore per la giustizia, andava ripetendo che in carcere si va perché puniti, e non per essere puniti, non per essere scavati all’osso a volte fino a morirne, sino a diventare “cose” al punto da non potere più accostare alcun progetto di ri-umanizzazione perché quell’umanità è stata relegata al sottoscala della compassione.
Il carcere e la folla ristretta, non è una esagerazione definirli irraccontabili, e quando affiora questo nodo violento che sa travestirsi da opera di bene, c’è il dirottamento alla direzione opposta, quella che porta a ripetere gli stessi errori.
Quando la società dei simulacri fa dapprima apparire e poi scomparire le verità, allora occorre ri-partire dal rispetto e la vicinanza con chi non ha ancora alcuna consolazione, per giungere anche a chi in una prigione sconta la propria pena con l’intenzione di una giusta fatica e impegno per ritornare a essere nient’altro che un uomo.