LA VITA AGRA DI BIANCIARDI
Confesso che non conoscevo Luciano Bianciardi (1922-71) prima che il corso di letteratura italiana contemporanea mi obbligasse a leggere il suo romanzo più rappresentativo, La vita agra.
Raccogliendo qualche informazione sulla sua vita, rimango colpita dalla personalità eclettica: laureato in Filosofia presso l’Università Normale di Pisa, bibliotecario (e inventore del Bibliobus), insegnante, ma soprattutto traduttore di grandi scrittori americani (Faulkner, Henry Miller, Kerouac) per Feltrinelli.
Raggiunto il successo, si permette il lusso di rifiutare una collaborazione stabile con Il Corriere della Sera, ma scrive per Le Ore, Playmen e Guerin sportivo (sì, avete letto bene!).
Muore alcolizzato, dopo avere trascorso gli ultimi anni in fuga dal mondo, rinchiuso nella sua casa di Rapallo.
E’ uno dei non isolati casi nella nostra letteratura di autore dapprima idolatrato da pubblico e critica (nel 1964 il regista Carlo Lizzani trae un film da La vita agra, interprete principale Ugo Tognazzi), poi caduto nell’oblio.
Originario di Grosseto, si trasferisce a Milano per lavorare alla casa editrice Feltrinelli.
Questo è lo snodo fondamentale della sua esistenza, di cui si colgono echi nella Vita agra, romanzo parzialmente autobiografico, sorprendente per il linguaggio, un misto di dialetto e di parlato che ricorda Gadda, ma anche per l’attualità di alcune tematiche.
Scritto nel 1962, descrive la Milano del boom economico con gli occhi stupiti e “incazzati” del protagonista, che lavora, per l’appunto, in una casa editrice, di cui tratteggia con salace ironia l’ambiente competitivo e i meccanismi di potere.
Arriva al Nord con l’idea di sollecitare una rivolta fra i proletari, ma si rende presto conto che le classi inferiori, allora come oggi, preferiscono andare al centro commerciale che fare rivoluzione.
La folla anonima della metropoli, grigia e senza volto, acuisce il senso di solitudine del protagonista, che divide una squallida stanza in affitto con un altro giovane di belle speranze, di professione fotoreporter.
Quando ha un po’ di tempo libero, va alla Biblioteca Braidense, dove impiegati menomati fisicamente attendono stancamente ai loro compiti e uno spaccato di varia, triste umanità, trova rifugio fra le maestose pareti dell’edificio storico.
La nausea per il traffico – soprattutto il lunedì mattina – ci riporta ai nostri giorni, così come la critica al consumismo fine a sé stesso, che genera sempre nuovi bisogni lasciando insoddisfatto quello di autenticità e calore umano.
Ma le pagine più gustose sono senz’altro quelle di satira del mondo editoriale, per il quale la cultura è una merce o, peggio, una moda: “la verità è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici: gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera, e riesce, non so come, a dare l’impressione, fallace, di star lavorando. Si prendono persino l’esaurimento nervoso”.
Bianciardi, contestando la società in toto, non prende sul serio nemmeno sé stesso, di cui fa un’amara, riuscita caricatura.

